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Intervista a Vittorio Matteucci
Il materiale sottostante è di esclusiva
assoluta di Musicalmente ed è vietata la riproduzione anche
parziale se non su concessione dello Staff dell'Associazione.
02 Aprile 2004
Genova, tra una
replica e l'altra della Tosca.
Nella grande hall dell’hotel
giocano le note di un pianoforte e arrivano da lontano.
Chiediamo del Sig. Matteucci.
‘Chi devo dire?’
‘Associazione Musicalmente... ci
sta aspettando per l’intervista’.
‘Laggiù, deve essere seduto laggiù’.
L’aria del
pomeriggio primaverile entra limpida dalle vetrate. Vittorio sedie
al piano, Gloria, sua moglie, sul divano accanto e in piedi un
giovane della compagnia che tenta acuti impegnativi.
Suonano e
cantano ‘Amore disperato’, la hit di Tosca versione Lucio Dalla.
Vittorio ci vede, sorride, con un gesto della mano ci prega di
attendere un minuto, perché quel pezzo è troppo bello, rapisce e lo
si deve finire, non ammette note sospese.
Quegli attimi
ci servono per capire chi abbiamo di fronte: Vittorio suona con
trasporto ma si concentra sul giovane cantante, lo incoraggia nei
passaggi più difficili, ride di soddisfazione ad ogni suo crescendo.
E’ un pezzetto di scuola e si vede la passione dell’uomo per un
mestiere che è anche vita.
Il brano finisce,
Vittorio si alza e ci raggiunge lasciando il barman alla sue
proteste perché lo spettacolo si deve interrompere. Certo, lavorare
con un musical nelle orecchie, dal vivo e tutto per te, può fare la
differenza.
‘Ciao Vittorio
e grazie per aver accettato questa intervista’.
‘Grazie a voi.
Dove ci mettiamo?’
‘Più alla luce’ ci chiede il fotografo.
Gli spieghiamo
chi siamo. Gli faremo domande per abbinamenti. Ogni risposta è
libera di partire da lì per poi spaziare. Faremo lo stesso anche con
Graziano Galàtone.
Ok? Ok.
Via si parte.
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"Vittorio Matteucci e il
musical"
‘No, non mi piace, direi più
correttamente Matteucci e il teatro. Il musical è una particolare
forma teatrale e la mia passione è per il teatro, in tutte le sue
espressioni. Io ho provato questo amore per il palcoscenico fin da
piccolo, dalle elementari con le sue scenette per i genitori. Al
liceo ho incontrato il teatro vero e proprio: da lì ho iniziato a
vivere in intimità il mio rapporto con la scena, con slancio da
amatore, e ho avuto modo di apprendere la fisicità del teatro, la
simbologia ma anche la concretezza del suo spazio architettonico, la
meccanica e la disciplina del teatro. Studio della recitazione e
conoscenza degli strumenti tecnici crebbero di pari passo in me: so
cos’è un’americana, un dimer, una gelatina, so come si usano e
perché. In una parola, fare teatro é come praticare una scuola di
vita, è come fare la conoscenza di una persona: la puoi conoscere
solo se la ami, solo con la passione. Il teatro devi viverlo da
amatore. Solo così accetti il suo rigore, la disciplina che impone,
solo così portano frutti in te’.
Getta uno sguardo lontano e sorride
‘Mia figlia sta facendo adesso le
prime esperienze di teatro a scuola. Dopo un primo periodo di
entusiasmo, ora si lamenta delle regole e delle richieste di
miglioramento da parte della insegnante. Questo, tuttavia, è il
teatro, questa la sua impareggiabile ricchezza’.
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"Però
nella tua vita professionale c’è stata anche tanta tv. Matteucci e
la tv."
La televisione è una cosa del tutto diversa. Certo ti
può offrire notorietà, nel giro di poche puntate presentarti ad un
pubblico davvero vastissimo. Ma non può essere un’occasione
formativa per l’attore.
Iniziare dalla tv può essere un pericolo.
Purtroppo devo esprimere un giudizio negativo sulla
tv di oggi, in tutto e per tutto. Mi spiace dover ripetere che è il
regno della mediocrità, uno spazio dove sono pochissimi i
professionisti chiamati a fare il loro mestiere.
Si preferiscono i principianti, nel senso positivo di
‘coloro che sono al principio’; al posto di professionisti preparati
ed esperti si buttano in prima linea gli apprendisti, che costano
meno alle produzioni.
Ma come dice la parola stessa, l’apprendista deve
apprendere, deve stare a guardare più e più volte se intende
acquisire davvero tutti i segreti della professione. Il talento in
molti casi c’è davvero, ma non vuol dire: il talento senza scuola è
poca cosa.
Questo stato di cose fa male alla tv e rischia di
fare molto male alle legittime aspirazioni di molti giovani che
chiedono solo di imparare.
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"Matteucci - Giuda - Frollo - Scarpia.
Insomma: Matteucci e la parte del cattivo"
C’è il rischio
di rimanere imprigionato nel ruolo. E’ vero. Ma la mia affinità con
i ruoli da cattivo io me la spiego in termini positivi e comunque i
tre cattivi della tua domanda sono davvero molto diversi -Giuda non
è neppure qualificabile come ‘cattivo’- e quindi non mi sento parte
di un cliché. Vedi: per fare il cattivo bisogna essere autorevoli,
il pubblico lo richiede e lo percepisce. Questa autorità è un
portato dell’esperienza attoriale e umana. Eduardo de Filippo diceva
che ti accorgi di un buon attore da come cammina sulla scena. E il
cattivo è un personaggio in cui la postura, il modo di stare, di
camminare e di muoversi, assumono un significato determinante: in
ogni suo gesto c’è una forza e una complessità che devono
trasparire, che lo rendono credibile, un’autorità, un modo
perentorio di occupare la scena.
Questa autorità un po’ tetra,
inquietante, ha bisogno di tinte scure: serve una voce scura, un
‘phisique du rôle’ scuro. Io ho queste caratteristiche, nel timbro
vocale, nell’aspetto.
Ogni cattivo, come ti anticipavo, è una
personalità diversa ed estremamente composita, perché c’è da rendere
ragione del male che lo abita. Per Frollo, prete trapassato
dall’incontro con la bellezza, sconcertato, destabilizzato,
parlavano soprattutto le sue mani.
Anche per esigenze di regia,
dovevo dare un’anima al personaggio soprattutto con i movimenti
delle mani, delle braccia: Frollo è un arcidiacono centrato sulla
religione e sulla scienza, con una postura rigida e ritta sull’asse
verticale con cui cerca Dio, ma anche un povero uomo legato alla
carne come mai avrebbe pensato e queste sue braccia, queste sue mani
cercano e cacciano al tempo stesso la tentazione. Frollo è sconvolto
ma al tempo stesso cosciente fino in fondo del male che compie e
infatti fa di tutto, alla fine, perché Quasimodo lo tolga dal mondo,
lo getti giù dalla torre.
Il Frollo italiano è diventato così un po’
diverso da quello francese, che è più algido, impenetrabile. Noi gli
abbiamo dato un’anima un po’ più spessa, più vicina all’originale di
Victor Hugo.
Alla fine si può ammettere che un ragazzo di vent’anni
farà fatica a impersonare Frollo, perché ci vuole pratica d’attore e
pratica di vita e bisogna che l’interprete sappia cosa vuol dire
soffrire per amore fino alla rabbia’.
Ammicco. Lo dico o non lo dico? Lo dico.
‘Nei nostri spettacoli anche io interpreto Frollo’, ammetto
candidamente. Del resto non ho più vent’anni.
Vittorio si mostra entusiasta. Poi riprende.
‘Scarpia di
Tosca, al contrario, è semplicemente uno psicopatico, un personaggio
allucinato e allucinante, un paranoide. In lui non c’è neppure la
passione –anche se alcuni miei fan vorrebbero attribuirgliela credo
più per affetto nei miei confronti che per obiettività-. C’è
piuttosto la sete della carne.
Scarpia è agitato dalla follia, i
suoi movimenti sono esagerati, sempre sopra le righe, egli insegue
Tosca per puro piacere come per puro piacere ammazza. Ed è centrale
nelle sue parole, il passaggio in cui ammette che non importa ciò
che ferma un amore, se un bacio o una pugnalata. Ciò che conta per
lui è avere un contatto con il desiderio e appunto per questo alla
fine, non potendo avere i baci di Tosca, si getta sul suo coltello.
Per lui è lo stesso.
Giuda di ‘Jesus Christ Superstar’, infine, non
è un cattivo, ma è un predestinato, come Cristo. Ho sempre pensato
che la morte di Cristo sia stato un doppio sacrificio: ci voleva uno
che patisse per i peccati degli uomini ma ci voleva anche uno che si
assumesse il compito di provocare quella Passione.
La differenza è
che Gesù fu consapevole della sua missione, Giuda no. C’è in tutto
ciò il senso dell’ineluttabile che anima la tragedia greca. Anche
qui, una bella sfida per l’interprete.
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Matteucci e Cocciante, Matteucci e
Dalla
Due incontri e
due rapporti professionali completamente diversi. Riccardo ha un
sensibilità introversa, un atteggiamento riflessivo, Lucio è vivace
e portato alla relazione. Le loro due prove nel musical ne
rispecchiano perfettamente il carattere. ‘Notre Dame de Paris’ era
un format strettissimo.
Ogni personaggio, ogni caratteristica anche
fisica, ogni passaggio, ogni canzone doveva rispecchiare un modello
dato. Per trovare il registro atteso da Riccardo nel brano ‘Mi distruggerai’ sono stato in sala di incisione per 11 ore! Ma NDP è
stata una grande esperienza e ritorno alla disciplina del teatro di
cui parlavo prima. Dentro a questo schema che sembrava soffocarti,
al contrario alla fine fioriva la tua interpretazione: per tutti è
stata la prova che si era in possesso di una buona scuola, una vera
prova d’attore.
‘Tosca’ è, all’opposto, il regno della libertà
espressiva: Lucio ci ha consegnato i personaggi e ci ha detto:
‘Dategli vita’. Le sue disposizioni registiche sono state
essenziali. Dopodiché non smette mai di accompagnare la crescita dei
suoi personaggi. Anche in senso fisico: segue quasi tutte le
repliche in giro per l’Italia e quando non può, telefona. Anche dal
punto di vista del genere NDP e Tosca sono molto diversi: il primo è
un musical più tradizionale, certo molto moderno nell’uso di alcuni
strumenti e nelle orchestrazioni ma riconducibile al genere musical,
di cui è diventato una pietra miliare.
Tosca è un’operazione
diversa, quasi neppure un musical, quanto piuttosto un melodramma
moderno. Rappresenta un fatto del tutto nuovo, con cui credo si
dovranno fare i conti d’ora in poi. Il lavoro di Dalla, a mio parere
culturalmente molto rilevante, ha il coraggio di recuperare e
rinverdire le nostre tradizioni, attingendo all’opera e al
melodramma italiani. E infatti Tosca ha un’anima teatrale.
Paradossalmente il palasport gli sta stretto: andrebbe ascoltata con
la strumentazione dal vivo, in un teatro lirico. Ti assicuro che è
fantastica. Infine NDP è stata licenziata dall’autore come prodotto
perfetto, finito, come una ‘star’. Tosca invece è un ‘work in
progress’: alla sua prima uscita romana mancava di parti che sono
state aggiunte dopo, per via di una verifica sul campo di ciò che
andava o non andava. Insomma per un lungo periodo Tosca è stato un
laboratorio spettacolo.
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Matteucci e il successo
Mah... sì un
certo successo lo vedo anche io... Che dire? E’ un godimento, per me
e per il pubblico. Se riesci a far bene il tuo lavoro e trasmetti al
pubblico emozioni e riflessioni, ne gode il pubblico e ne godi tu.
Questo è il frutto più bello del successo, che va consumato sul
palco e nulla più.
Matteucci e ciò che conta nella vita
Respira come alle prese con aria buona
La famiglia e
gli amici. Le radici. Solo se hai radici forti puoi svilupparti e
rimanere al contempo con i piedi per terra. Solo se hai radici
robuste puoi vivere questa professione senza assolutizzarla. Ho
bisogno della culla degli affetti. Del resto lo vedi: Gloria, mia
moglie, segue sempre i miei spostamenti. Per me sarebbe
inconcepibile non condividere con lei il mio lavoro.
Intervista finita.
Passa Graziano Galàtone.
‘Ciao Grazià’. Lo saluta con impeto.
Poi ci guarda. Lo percorre per un attimo la follia di Scarpia:
‘Ah
ah ah... Tanto stasera lo uccido!’
‘Grazie Vittorio’.
‘Grazie a voi. Fatemi sapere quando esce l’intervista’.
Si avvia verso il piano, Gloria, i colleghi, Grazià.
Siamo già tutti di spalle quando si gira e, con occhi smaglianti,
aggiunge:
‘Ah! Auguri per il tuo Frollo’.
testo
Mirco Mazzoli
foto
Michele Ferraris
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