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Intervista a Manuel Frattini

Il materiale sottostante è di esclusiva assoluta di Musicalmente ed è vietata la riproduzione anche parziale se non su concessione dello Staff dell'Associazione.

 

19 Novembre 2004

 

Genova, nei camerini del Teatro Politeama Genovese, un’ora prima della ‘prima’...

 

Laura ci accoglie all’entrata per gli artisti. Sono le 19.15. Manuel deve andare al trucco tra poco ma ci tiene a concedere l’intervista promessa a ‘Musicalmente’. Siamo molto contenti, ma non vogliamo disturbare, vedremo di far fruttare i pochi minuti...Ci porta dentro.

 

‘Avete visto Manuel...?’

‘Sono qui’

‘Ehi ciao’

‘Ciao Manuel, grazie della disponibiltà’

‘Scherzate? Dove ci mettiamo?’

C’è un gran trambusto nei corridoi stretti del backstage.

‘Dove vi diamo meno fastidio’

‘Nel mio camerino va bene?’

‘Ottimo’

 

Immagini che gli artisti veri abbiano camerini enormi, come nei film americani anni ’40: invece c’è appena lo spazio per stare seduti in due. Ma è affascinante, un cofanetto di finzioni: lo spazio è foderato di costumi da pinocchio, ovunque giubbetti rossi a pallini, tre o quattro paia di scarpette che rischio di schiacciare con la gamba della sedia, cappelli bianchi a punta. Qualche lettera di ammiratrice sul tavolino, accanto ai pennelli dei truccatori che arriveranno da un momento all’altro. Manuel ha uno sguardo vispo, guizzante, un sorriso empatico. Iniziamo.

 

 

 

 

 

Si legge e si sa di te che sei un artista completo: canti, balli, reciti, insomma un vero ‘musicalman’. Perché Manuel Frattini ha scelto la via del palcoscenico e del musical?

 

Sarà banale, ma la risposta è che per me è stata la realizzazione di un sogno. Non so neppure identificare il momento in cui è nata in me la passione per il musical. Se non rischiassi di apparire superbo, direi che è nata ‘con’ me. Non so se riesco a spiegarmi. Vedi: è un trasporto che ho vissuto fin da bambino e in famiglia. Soprattutto mio padre amava ballare: ricordo le domeniche, quando andavamo con mamma nelle balere e io aspettavo ansioso il momento in cui mi sarei messo in mezzo per esibirmi. Fin da piccolo, mi incantavo davanti ai musical americani, ai film di Hollywood anni ’50: per me erano meglio di qualsiasi cartone animato. Ballare faceva parte della mia quotidianità, aveva e ha il volto della mia famiglia. Appena possibile, la prima preparazione la dedicai alla danza. Così entrai nel mondo della tv –‘Fantastico’, ‘Pronto... è la Rai?’, ‘La sai l’ultima?’, ‘Festivalbar’, ndr-, aspettando al varco il tempo giusto per il musical. In Italia non è cosa facile: non abbiamo grandi tradizioni in questo campo –con tutto il rispetto per la produzione di Garinei e Giovannini che ha tuttavia altri connotati e pregi- e chi prova una grande passione per questo genere rischia di rimanere frustrato. Anche per questo mi sento molto fortunato.

 

Perché, al contrario, alla fine il musical ti ha trovato...

 

Già. Nel ’91 la Compagnia della Rancia produce ‘A Chorus line’, che è in pratica il musical per eccellenza. Per me è stata la prima vera esperienza formativa: dopo tanti anni passati a desiderare, ora mi trovavo alle prese con i fatti. Con quello spettacolo ho scoperto quanto può essere duro stare a confronto con ciò che ami, quanta fatica e preparazione richiede e pretende. Cantare, ballare e recitare al tempo stesso è una impresa ardua e appassionante. Grazie a ‘A Chorus line’ sono uscito dal cono d’ombra che spesso avvolge i ballerini italiani, in molti casi, specie in tv, ridotti a spalla di una prima ballerina immancabilmente bellissima...

 

Poi è venuto ‘Cantando sotto la pioggia’

 

Che è il musical che amo di più, da sempre il mio film preferito. Puoi capire... Il ruolo di Cosmo Brown è semplicemente fantastico, con un numero centrale che più che un virtuosismo è un delicato impasto di gag, grazia e prestanza ginnica. Ieri sono andato a vedere lo spettacolo nella sua ultima versione. Ho raggiunto il palco a fine serata e ho incrociato Gianfranco –Phino, l’attuale Cosmo, ndr-, stanchissimo:  ci siamo abbracciati, complici di una stessa fatica, come a dire ‘ma chi ce lo ha fatto fare?’. Gianfranco è davvero molto bravo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ora c’è Pinocchio. Come si diventa burattini?

 

Quando me lo hanno proposto ho riflettuto molto: alcune cose mi impensierivano, il trucco davvero molto pesante, quasi una maschera, la contraddizione di dare un movimento alla rigidità del legno. Fare questo mestiere, tuttavia, è mettersi alla prova, è mettersi sempre in discussione. Ho accettato la sfida: potrei dire, giocando con le favole, che l’eterno Peter Pan che è in me ha incoraggiato Pinocchio a venir fuori. Non ho lavorato molto sulla fisicità del personaggio: il segreto di questo burattino sta piuttosto nella sua curiosità, nel suo amore per la vita, che in fondo osserva ma non possiede, nella sua energia irrefrenabile e ingenua che rimette in moto tutte le cose fino a renderlo un bambino di carne. Dico sempre che per me impersonare questo ruolo è anche terapeutico. Ha riaperto in me sensazioni sedate da tanti anni e mi ha ricollegato all’origine della mia passione per il musical, che ha il volto di mio padre. Ho perso mio padre a 14 anni. Quando abbiamo iniziato a provare Pinocchio, mi sono reso conto che la prima parola che dico in scena è ‘Papà’. Erano vent’anni che non avevo più l’opportunità di dirlo e a volte penso con una punta di dispetto che è un peccato che mio padre non sia qui a gustarsi i miei spettacoli. Pinocchio mi dà la grande occasione di trasfondere la mia emozione nell’emozione del personaggio: in fondo la storia di Collodi è una ricerca di paternità, di identità, la ricerca delle origini della nostra storia.

 

I tuoi prossimi progetti?

 

Mi piacerebbe riportare in giro per l’estate ‘Musical, Maestro’ uno spettacolo a cui tengo davvero molto. Poi c’è un ritorno a ‘Zelig’, con Bisio straordinario ballerino di tip tap. E, per restare in argomento... lo dico? per scaramanzia non dovrei ma per voi faccio un’eccezione... vorrei realizzare l’ennesimo sogno: uno spettacolo su Fred Astaire, nientepopodimeno. Non esistono in giro molte riproposizioni delle sue perfomances, né in Italia né all’estero. Mi sembra un omaggio doveroso, oltre che l’ennesima, grandissima sfida.

 

‘Manuel, i truccatori..’

‘Ok Laura...’

‘Ok anche per noi, abbiamo finito. Grazie mille, Manuel’

‘A voi... vi fermate a vedere lo spettacolo, vero? E’ un invito personale!’

 

I privilegi non ci piacciono, ma talvolta fanno davvero piacere...

 

testo Mirco Mazzoli

foto Andrea Parisi

 

 

 

 

 

 

 

 

Per concludere una piccola recensione sullo spettacolo.

 

‘Musicalmente’ ha visto ‘Pinocchio’. Lo spettacolo della Compagnia della Rancia, musicato dai Pooh e diretto da Saverio Marconi, è sbarcato anche a Genova nella sua versione teatrale, ridotta nelle dimensioni ma forse ancora più dirompente, e l’effetto è quello dello spumante che trabocca in un flute. Pinocchio riempie il Politeama Genovese, già non troppo generoso di suo, e lo sovrasta con una macchina scenica perfetta -affascinanti i movimenti di quinta, le ambientazioni sospese tra il verosimile e il fantastico, gli effetti speciali-, un caleidoscopio di costumi di pregiata fattura –ottimi soprattutto Mangiafuoco e il suo teatro da Commedia dell’Arte, così come le creature marine e la corte di Fata Turchina-, una scrittura musicale trascinante -con alcune hit melodiche di sicuro effetto in mezzo ad una partitura per lo più velocissima e frizzante-, una sceneggiatura che rispetta il tracciato collodiano –pur semplificando i passaggi con consumata capacità drammaturgica- e soprattutto coreografie travolgenti -con un corpo di ballo ben affiatato e mosso sapientemente verso continui ‘crescendo’ che strappano applausi convinti. Per fortuna, non mancano all’appello le voci, piene e sicure: da citare almeno Geppetto -Pierpaolo Lopatriello-, Angela -Simona Rodano-, Turchina -Daniela Pobega-, che merita una menzione speciale-, Lucignolo -Mauro Simone- e ovviamente, Pinocchio, un incontenibile Manuel Frattini. Il ruolo di Frattini non è facile: non è semplicemente il protagonista della vicenda in scena; piuttosto è colui che la deve rendere credibile, portando il magico e l’assurdo nella vita di un pover’uomo senza coraggio e nei giorni di un intero paese che aspetta da sempre di trasformare la propria ‘vita vuota’ –così dice una delle canzoni più belle del musical- in una fiaba ricca di senso. Frattini non delude le aspettative, regala a Pinocchio un fisico a molla, una voce che sa indagare il profondo del fanciullino che è in noi, una immedesimazione divertita e commossa. Gli riesce probabilmente la magia più complicata: far vivere un pezzo di legno senza che gli spettatori ne chiedano ragioni, far apparire come naturale l’esperienza di questo burattino ribaldo, ingenuo e voluttuoso che tuttavia incanta e ama fino a trasformare il suo legno morto in un bimbo vivo. C’è davvero, in Manuel Frattini, la cifra di tutto il musical, e felice è stata la scelta di Marconi e dei Pooh: Frattini è ‘Pinocchio’, una energia esplosiva dentro la misura sapiente di un grande artista. In sintesi: Pinocchio, forse il primo vero musical ‘Made in Italy’, merita sicuramente di essere visto. A volte, lasciarsi incantare conviene.

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